Perché in Italia il potere d'acquisto degli stipendi è sceso
C’è una sensazione diffusa, e per una volta i dati le danno ragione: lo stipendio rende meno. Non è nostalgia. È la distanza, cresciuta negli anni, tra quanto salgono i prezzi e quanto salgono le buste paga. In Italia quella distanza ha un primato europeo poco invidiabile.
Due numeri che non tornano
Partiamo dai prezzi. Dal 1990 al 2024 l’inflazione in Italia è stata del 133%: i prezzi al consumo sono più che raddoppiati, con un coefficiente di rivalutazione ISTAT di 2,33. Tradotto in stipendi: per comprare oggi le stesse cose, una paga del 1990 dovrebbe valere oltre il doppio.
La domanda è semplice. Gli stipendi sono cresciuti di pari passo? La risposta, per la media dei lavoratori italiani, è no. Ed è qui che nasce la perdita di potere d’acquisto.
Cosa dicono i dati OCSE
Il confronto internazionale è impietoso. Secondo i dati OCSE elaborati da Openpolis, tra il 1990 e il 2020 i salari reali in Italia sono scesi del 2,9%. L’Italia è l’unico paese dell’Unione europea dove i salari reali, in trent’anni, sono diminuiti invece di crescere. Nello stesso periodo nei paesi baltici sono più che triplicati, in altri paesi dell’Europa centrale sono raddoppiati.
Reale, qui, è la parola chiave. I salari nominali in Italia sono saliti, certo. Ma una volta tolto l’effetto dell’inflazione, il loro valore d’acquisto è arretrato. La busta paga è un numero più grande che compra meno cose.
Lo strappo del 2022
Poi è arrivato lo shock dei prezzi. Nel 2022 l’inflazione media annua è stata dell‘8,1% e nel 2023 del 5,7% (ISTAT), mentre gli stipendi, legati a contratti rinnovati ogni qualche anno, sono rimasti indietro.
L’OCSE ha misurato il colpo. A fine 2022 i salari reali italiani erano già scesi del 7,5% rispetto al periodo pre-pandemia, contro una media OCSE del 2,2% (Il Sole 24 Ore). Nello stesso confronto la Francia segnava un più 1,5%, la Germania un meno 3,2%. E la perdita ha colpito più forte i redditi bassi, dove la flessione ha sfiorato il 10%.
Il recupero del 2025, ma il buco resta
La buona notizia è che qualcosa si è mosso. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, sopra l’inflazione per il secondo anno di fila, grazie a una stagione di rinnovi più rapidi (CISL). I salari nominali, per ora, corrono più dei prezzi.
La cattiva notizia è che il recupero parte da un buco profondo. A fine 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni restava ancora sotto i livelli di inizio 2019. Recuperare qualche punto all’anno, quando ne hai persi quasi dieci, richiede tempo. E ogni nuova fiammata dei prezzi, come l’inflazione risalita al 3,2% a maggio 2026 (ISTAT), rimanda il pareggio.
| Indicatore | Valore | Periodo | Fonte |
|---|---|---|---|
| Prezzi al consumo | +133% | 1990-2024 | ISTAT |
| Salari reali | -2,9% | 1990-2020 | OCSE |
| Salari reali vs pre-pandemia | -7,5% | fine 2022 | OCSE |
| Retribuzioni contrattuali | +3,1% | 2025 | CISL |
Come leggerlo sul tuo stipendio
I numeri medi raccontano il paese, non la tua busta paga. Per il tuo caso puoi partire dal calcolatore dello stipendio: inserisci quanto guadagni oggi e vedi quanto valeva, in potere d’acquisto, negli anni passati. Oppure parti da una cifra di allora e scopri quanto dovrebbe essere oggi per comprare le stesse cose.
Una nota di metodo. I prezzi e i coefficienti di inflazione di Vecchio Conio vengono dalle serie ufficiali ISTAT. Le serie storiche dei salari medi, invece, sono di fonte OCSE e ISTAT: i numeri sui salari reali citati qui rimandano a quei dati, non a una nostra elaborazione. I dettagli sono nella metodologia.
In due righe
Dal 1990 i prezzi in Italia sono più che raddoppiati, gli stipendi reali no. Siamo l’unico grande paese UE dove i salari valgono meno di trent’anni fa, e lo shock del 2022 ha allargato il divario. Il recupero è iniziato, ma il terreno perso è tanto.
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